A tutti capita di chiedersi cosa sarebbe successo se un dato evento storico fosse o non fosse accaduto e lasciar correre l’immaginazione alle possibili conseguenze.

Il Museo delle Torture di Napoli offre una risposta ad almeno uno di questi interrogativi: cosa sarebbe accaduto se il Tribunale dell’Inquisizione si fosse insediato in città?

Potremmo per certi versi considerarlo un museo “What if”, che raccoglie cimeli, oggetti risalenti ad un periodo che va dal XVI al XVIII secolo e ricostruzioni accurate.

Molti di questi tremendi utensili, come vedremo, erano proprio quelli maggiormente utilizzati dalle Inquisizioni spagnola e romana

Sicuramente i reperti conservati in questo luogo, la sua atmosfera un po’ horror e l’occasione di approfondimento storico che offre lo annoverano tra i più originali musei di Napoli e ti consigliamo di aggiungerlo al tuo itinerario di viaggio in città.

Ma perché un Museo delle Torture a Napoli?

Ma perché c’è un Museo delle Torture a Napoli se a Napoli l’Inquisizione non ha mai operato?

Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro al 1547, nella Napoli del controverso viceré spagnolo Pedro Álvarez de Toledo.

Una figura spietata e tremenda, che tentò più volte durante il suo viceregno di introdurre la temutissima Inquisizione a Napoli

Una mossa finalizzata a indebolire l’aristocrazia locale – già ostile al viceré a causa i tributi che le aveva imposto per il risanamento della città – ma che produsse l’effetto opposto di rafforzarla, poiché il suo fronte si saldò con quello del popolo in rivolta

Fu in questo contesto che il principe di Salerno Ferrante Sanseverino si rivolse direttamente a Carlo V per chiedere supporto contro i disegni di Pedro de Toledo.

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Il viaggio che il nobile intraprese nelle Fiandre per appellarsi direttamente all’imperatore ebbe successo. 

Ma Carlo V, pur accettando le istanze di Ferrante e del popolo napoletano, non revocò il suo sostegno a Don Pedro e questo costò l’esilio del principe e la confisca dei suoi beni.

Due curiosità:

  • Tra i beni confiscati a Ferrante ci fu il suo palazzo nobiliare che – affidato ai gesuiti – cambierà completamente volto diventando quella che è oggi una delle chiese più iconiche di Napoli: la Chiesa del Gesù Nuovo;
  • Alla delegazione del Principe che si recò nelle Fiandre prese parte anche Bernardo Tasso, cortigiano al servizio di Ferrante, e suo figlio Torquato Tasso. Il futuro autore della Gerusalemme Liberata vive da spettatore “in prima fila” questi eventi storici, che influenzeranno la sua idea sul rapporto tra letteratura e storia e saranno d’ispirazione per il suo più grande capolavoro letterario. 

Cosa vedere al Museo delle Torture di Napoli

Il museo si trova nel cuore del centro storico, in vico Santa Luciella, vicinissimo all’omonima chiesa dove potrai visitare il famosissimo Teschio con le orecchie

Puoi anche prenotare un nostro tour che includa entrambi siti opzionando il percorso storico-artistico a questo link.

Si tratta di un museo molto piccolo ma di grande impatto: all’interno sono esposte accurate ricostruzioni di alcuni degli strumenti di tortura più terrificanti della storia. Ecco alcuni esempi:

Schiaccia ginocchia

Utilizzato per provocare la rottura di tendini e legamenti del ginocchio, era una delle ultime – e più terribili – spiagge negli interrogatori: visti i suoi effetti permanentemente invalidanti, vi si ricorreva solo in caso di persistenza da parte dell’interrogato nel non confessare.

Gogna

Un termine è utilizzato comunemente per alludere all’umiliazione in pubblica piazza e non si può dire che non sia appropriato: l’effetto mortificante di queste tavole di legno in cui venivano immobilizzate testa e braccia del condannato era davvero crudele. 

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Era una pena spesso riservata a reati minori e della durata di poche ore, ma in quel breve lasso di tempo il condannato era alla mercé del rancore della folla, che poteva prenderlo di mira anche lanciandogli addosso lo sterco dei pozzi neri

Vergine di Norimberga

Contrariamente alla convinzione diffusa che la vede come un simbolo del Medioevo, la vergine di Norimberga risale al XVII secolo

Era uno strumento di condanna a morte e tortura allo stesso tempo: il condannato rinchiuso tra le sue spire poteva resistere fino a tre giorni tra spasmi atroci prima di capitolare.

Gogna a botte

Come la gogna classica, anche questa era utilizzata per punire reati minori e non era meno inumana di questa.

Consisteva in un vero e proprio supplizio: il condannato era costretto a trascinare talvolta fino a 30 chili di botte il cui peso si reggeva tutto sulle sue spalle. 

Anche qui, il seviziato era esposto nelle piazze e consegnato alla ferocia del popolo, che era libero di infierire sulla testa che restava scoperta fuori la botte. 

La carrucola

Era il mezzo di tortura prediletto dell’Inquisizione romana. Consisteva nel legare i polsi del condannato e issarlo in alto caricando su questi tutto il suo peso, grazie a una carrucola.

Vi si faceva ricorso sia in ipotesi di reati gravi che minori: a determinare la gravità del reato era l’altezza a cui si issava il condannato. 

Si tratta sfortunatamente di uno degli strumenti di tortura più longevi della storia: le sue ultime applicazioni risalgono alla fine del XIX secolo.

Tortura dell’acqua

Altro grande classico soprattutto del periodo medievale, non a caso lo si ritrova spesso in molti film con quell’ambientazione.

Vi si faceva ricorso anche in questo caso per indurre l’indagato alla confessione

Tramite un imbuto, il condannato era costretto a ingurgitare una gran quantità d’acqua

Anche la posizione della vittima era studiata in modo che il flusso d’acqua procurasse un dolore insostenibile a diversi suoi organi interni. 

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Banco con rulli chiodati

Come stesso il nome molto didascalicamente suggerisce, si trattava di un banco munito di chiodi e aculei che logoravano la vittima fino a forzarla alla confessione. 

Una macchina del dolore tanto semplice nella sua esecuzione quanto efferata. 

Purtroppo anche questo strumento di tortura fu incredibilmente duraturo: i suoi ultimi utilizzi risalgono ai primi decenni ‘700. 

Scala di stiramento

Su questa scala il condannato veniva disteso e i suoi arti legati a delle corde che venivano poi tirate in modo da essere lesionati con la loro trazione. 

Al pari dello schiaccia ginocchia, era uno strumento a cui si faceva ricorso in caso di “ostinazione” da parte dell’interrogato a non confessare. 

Ruota

Uno strumento più semplice nel suo utilizzo e nei suoi meccanismi, ma non meno subdolo e crudele dei precedenti. 

Il condannato veniva legato e disteso su una ruota con braccia e gambe esposte all’aria. Mentre la ruota girava, con una mazza i suoi arti venivano così bastonati e lesionati. 

Conclusioni

Come abbiamo detto, il museo delle Torture è piccolo ma di grande effetto scenico e divulgativo: quelli che abbiamo elencato sono solo una piccola parte degli strumenti esposti. Alcuni tra questi non erano neanche i più famosi o più “in voga” nelle epoche passate.

Non abbiamo voluto anticipare troppo per lasciare un alone di mistero e di sorpresa alla tua visita.

Quel che è certo è che questo museo ci ricorda quanto l’ingegno umano non incontri limiti quando si tratta di infliggere sofferenza al prossimo. 

Ma allo stesso tempo ci offre una testimonianza di uno dei tanti momenti storici in cui la nostra città si è opposta con coraggio a un tentativo di oppressione e repressione. 

Ora non ti resta che prenotare un tour al museo e un soggiorno a Napoli in una delle nostre camere.
Puoi fare entrambe le cose contattandoci a questo numero!