La Festa delle Donne, o meglio la Giornata Internazionale delle Donne, è una di quelle celebrazioni che ha avuto un’evoluzione nel corso degli anni.

Recentemente, per fortuna, sta iniziando a perdere la sua connotazione di “festa” per assumere quella più corretta di ricordo di donne che hanno lottato per i loro diritti.

In questo nostro articolo, vogliamo darti una prospettiva diversa su cosa fare durante l’8 marzo in città, offrendoti la possibilità di conoscere i luoghi delle donne famose nella storia di Napoli.

Sono tante le personalità femminili che hanno contribuito a rendere migliore storicamente, culturalmente e artisticamente Napoli.

Vogliamo ricordarle e darti l’occasione di poter pianificare un itinerario per visitare posti, monumenti e palazzi che hanno visto protagoniste queste donne.

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Le donne importanti per Napoli

Avremmo potuto elencare una serie di eventi svolti in città per la Festa delle Donne, da cene a concerti, da mostre ad attività ricreative di ogni genere, ma crediamo che indicarti delle tappe da vedere riguardanti donne celebri per Napoli sia molto più adatto alla filosofia di Napoliving.

Sono tantissimi i personaggi femminili ispiratori di messaggi di speranza e di emancipazione, che hanno lottato per l’ottenimento dei propri diritti, di un’identità sociale e culturale in un mondo che spesso non teneva conto delle loro voci, trasformandosi così in un simbolo per la città.

Qui trovi una nostra selezione, con il luogo o i monumenti da visitare associati alla donna citata.

Eleonora Pimentel Fonseca

Eleonora Pimentel Fonseca nasce a Roma nel 1752 da genitori portoghesi, ma cresce a Napoli e passa alla storia come donna intelligente, raffinata poetessa e giornalista multilingue.

Ma soprattutto come portatrice di ideali repubblicani reali e concreti, che metterà a servizio della Repubblica Partenopea del 1799.

La sua non fu una vita semplice, poiché la vide costretta in un matrimonio combinato con un marito violento, che le costò il coraggio di chiedere la separazione ed affrontare il processo.

Eleonora Pimentel Fonseca, conosciuta come Lenor, visse nei Quartieri Spagnoli e fu anche bibliotecaria della Regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, finché gli ideali della Rivoluzione Francese non infiammarono il suo spirito.

Il suo costante impegno politico a favore delle classi meno fortunate la portò alla nomina di Direttrice del primo giornale politico della città, “Il Monitore Napoletano”, che diffondeva gli ideali della rivoluzione e della neonata Repubblica Partenopea.

La Repubblica durò poco e la restaurazione borbonica spazzò via quello che Benedetto Croce definì “il fiore dell’intelligenza meridionale”.

Lenor fu giustiziata, impiccata in Piazza Mercato con altri 8 patrioti per aver scritto e parlato contro il re.

Sembra che salendo al patibolo abbia pronunciato la frase di Virgilio: “Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo”.

Il corpo fu sepolto nella chiesetta di Santa Maria di Costantinopoli, demolita in seguito, e si ignora dove e se sia stato spostato.

I luoghi di Napoli che ricordano Eleonora Pimentel Fonseca:

  • Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli: qui si trovano due lapidi con l’elenco dei patrioti uccisi a Piazza Mercato;
  • Chiesa di S. Anna di Palazzo dove sposò il capitano Pasquale Tria de Solis e battezzò il figlio, morto a 8 mesi. La chiesa fu distrutta dai bombardamenti e l’attuale, pur recando lo stesso nome, altro non è che la chiesa del Rosario di Palazzo, dove sono stati salvati il Fonte Battesimale, qualche immagine sacra e i registri della chiesa di S.Anna;
  • Ex mercatino di Sant’Anna di Palazzo, dove svetta l’enorme murales di Lenor realizzato dall’artista Leticia Mandragora;
  • Il Palazzo dove ha vissuto dopo il divorzio e organizzato riunioni culturali e politiche sembra essere quello in Via Santa Teresella degli Spagnoli 46, visibile dall’esterno.
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Su quest’ultimo luogo ci sono delle controversie perché molti affermano che invece il Palazzo sia in Salita Sant’Anna di Palazzo 29, una traversa di Via Chiaia.

Luisa Sanfelice

Conosciuta da tutti come Luisa Sanfelice, Maria Luisa Fortunata de Molina era la moglie di Andrea Sanfelice, nobile, i cui familiari godevano della stima dei Borbone.

La loro vita a Napoli fu scandalosa per debiti e gioco, tanto da costargli l’allontanamento dalla città, ma nel 1797 circa Andrea fece delle scelte filoborboniche e furono riammessi a Corte.

In seguito all’invasione francese del 1799 e alla costituzione della Repubblica Partenopea, nacque una cospirazione filoborbonica tesa a rovesciare la Repubblica, guidata da una famiglia di banchieri, i Baker, e Luisa ne venne a conoscenza.

Chiese così a Gerardo Baker, innamorato di lei, un salvacondotto che poi consegnò al suo amante, Ferdinando Ferri, ufficiale della Repubblica, permettendo di sventare il complotto.

Eleonora Pimentel Fonseca, contribuì involontariamente ad attirare l’attenzione dei borbonici sulla giovane, pubblicando nel suo Monitore Napoletano un elogio della Sanfelice, quale principale artefice del fallimento della cospirazione contro la repubblica.

Il re Ferdinando non le perdonò di aver collaborato coi repubblicani e, una volta tornato al potere, la fece condannare a morte, esecuzione rimandata più volte perché la Sanfelice si dichiarò incinta.

Il re sempre più infastidito dispose il trasferimento di Luisa a Palermo dove una commissione medica escluse la gravidanza e la giovane venne giustiziata pochi giorni dopo, l’11 settembre 1800.

I luoghi da vedere a Napoli di Luisa Sanfelice:

  • Palazzo Mastelloni in piazza Carità: casa di Luisa e Andrea Sanfelice;
  • Chiesa del Carmine: si trovano le spoglie di Luisa Sanfelice;
  • Piazza Mercato: luogo dell’esecuzione;

Matilde Serao

La figura di Matilde Serao è un esempio di testardaggine e tenacia, poiché è riuscita a trasformarsi da bambina di 8 anni che non sapeva leggere e scrivere ad essere la prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano.

Nata a Patrasso nel 1856, muore di infarto a Napoli nel 1927, mentre è intenta a scrivere.

Il padre, Francesco Serao, è un avvocato e giornalista esule in Grecia perché antiborbonico.

A quindici anni, Matilde chiese di essere ammessa come uditrice alla Scuola normale femminile di Napoli “Eleonora Pimentel Fonseca” in piazza del Gesù, senza avere un titolo di studio, nella ferma convinzione di voler seguire le orme di suo padre nella carriera giornalistica.

Nel 1885, a Roma, sposa Edoardo Scarfoglio e insieme realizzano ambiziosi progetti professionali, finché nel 1887 si trasferiscono a Napoli dove, grazie all’aiuto finanziario del banchiere livornese Matteo Schilizzi, nasce il “Corriere di Napoli”.

Matilde ne è la vera animatrice.

Nel 1891, la coppia fonda “Il Mattino”, lei è anche co-direttrice, ma la sua gioia viene interrotta dalla relazione del marito con la cantante Gabrielle Bessard.

I due hanno anche una figlia e la cantante si suicida poco dopo perché Edoardo non intende lasciare la moglie. La bambina viene abbandonata sull’uscio di casa Scarfoglio, dove Gabrielle si spara.

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Matilde accoglie amorevolmente la piccola insieme ai suoi 4 figli, ma vicenda porta la coppia alla separazione e al successivo allontanamento da “Il Mattino”.

L’incontro con Giuseppe Natale, avvocato e giornalista, segna però una nuova positiva stagione e la fondazione di un nuovo giornale, “Il Giorno”

Nel 1926 riceve una candidatura a premio Nobel per la letteratura che però riceve Grazia Deledda, poiché Matilde è antifascista.

 L’anno successivo, muore di infarto a Napoli, a 71 anni, mentre scrive il libro “Mors tua”, dove si schiera contro la guerra e le sue barbarie.

Autrice di ben 70 opere, il suo romanzo più famoso è “Il ventre di Napoli”, dove esprime tutta la sua modernità e con il suo stile da cronista descrive con estremo realismo la disperazione di una città colpita dal colera del 1884.

I luoghi di Napoli che ricordano Matilde Serao:

  • Primo e secondo piano di palazzo dell’Angiporto, al civico 7:  ospitava il Mattino tra la navata di ponente della Galleria e il vico Rotto San Carlo;
  • Via Monte di Dio civico 1: casa Scarfoglio/Serao;
  • Cimitero di Poggioreale: tomba nella Cappella di Famiglia;
  • Galleria Umberto I civico 27: targa che ricorda Matilde Serao.

Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi è un altro esempio di riscatto ed emancipazione femminile in un epoca, il 1600, nella quale alle donne non era permesso una carriera intellettuale, politica o artistica.

Figlia del celebre Orazio Gentileschi, pittore di corrente caravaggesca, riuscì a far apprezzare il suo talento artistico e a slegare la sua arte da quella del genitore.

Per ottenere riconoscimento come pittrice dovette lottare molto e la sua vita fu tumultuosa e segnata da un episodio orribile.

 Alla fine del febbraio 1612 a Roma, Orazio Gentileschi intenta un processo contro il pittore Agostino Tassi per aver stuprato Artemisia circa un anno prima.

Quando Orazio si convince a sporgere denuncia dopo aver taciuto l’accaduto per tanto tempo, le dicerie sul conto della figlia si sprecano:  il processo si trasforma in uno strumento di diffamazione di Artemisia, ritenuta consenziente dall’opinione pubblica.

Orazio Gentileschi e Agostino Tassi lavoravano insieme e avevano collaborato ad alcune opere realizzate a Roma. 

Orazio spendeva molte energie per promuovere la figlia e per favorirle l’accesso a un’istruzione più completa. Dopo il rifiuto dell’Accademia dei Pittori ad accogliere Artemisia, Orazio chiese aiuto al collega che acconsenti ad istruirla.

Sotto giuramento, Artemisia sostenne di aver subito una violenza sessuale da parte di Tassi il 6 maggio 1611 e di aver tardato la denuncia per aver creduto alla promessa di lui di sposarla, unico mezzo per essere riabilitata nella società e per cancellare l’onta della violenza e l'”impurità”.

Al processo affermò: “e con questa promessa mi ha indotto a consentir doppo amorevolmente più volte alle sue voglie”.

Il 27 novembre 1612 Agostino Tassi fu condannato per la deflorazione di Artemisia Gentileschi, la corruzione dei testimoni e la diffamazione di Orazio Gentileschi.

Dopo la sentenza e lo scandalo suscitato dal processo, Orazio Gentileschi organizzò un matrimonio riparatore per la figlia e il prescelto fu il pittore fiorentino Pierantonio Stiattesi e lo seguì a Firenze.

Durante la sua vita la pittrice continuò a spostarsi, grazie anche al riconoscimento del suo talento artistico: tornò a Roma, poi andò a Venezia e a Napoli.

Arriva a Napoli nel 1630 dove restò fino alla sua morte, considerando la città una seconda patria nella quale ricevette attestati di grande stima, fu in buoni rapporti con il viceré Duca d’Alcalá, ebbe rapporti di scambio alla pari con i maggiori artisti presenti.

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A Napoli, per la prima volta, Artemisia si trovò a dipingere tre tele per una chiesa, la Cattedrale di Pozzuoli al Rione Terra.

Fino al 2005 si credeva che Artemisia fosse morta tra il 1652 e il 1653, ma recenti testimonianze mostrano commissioni accettate ancora nel 1654. Pare sia morta durante la devastante peste che colpì Napoli nel 1656.

Fu seppellita nella chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini di Napoli, ma attualmente il sepolcro risulta perduto in seguito alla ricollocazione dell’edificio.

I luoghi di Napoli di Artemisia Gentileschi:

  • Fino al 19 marzo 2023 è in mostra alle Gallerie d’Italia l’esposizione “Artemisia Gentileschi a Napoli”;
  • Museo di Capodimonte: sono esposti i dipinti “Giuditta che decapita Oloferne” e “Annunciazione”;
  • Cattedrale di Pozzuoli al Rione Terra: da ammirare “Adorazione dei Magi”, “Santi Procolo e Nicea”, “San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli”.

Titina De Filippo

Annunziata “Titina” De Filippo una tra le più grandi attrici teatrali del Novecento.

Sorella di Eduardo e Peppino, ai quali era legata anche dal sodalizio artistico, è ricordata anche per la sua lunga carriera nel cinema.

Nasce in Via dell’Ascensione nel quartiere Chiaia di Napoli, figlia naturale dell’attore e commediografo Eduardo Scarpetta e di Luisa De Filippo.

Avviata sin da bambina alla carriera teatrale, ha donato autenticità a personaggi femminili indimenticabili, come Filumena Marturano, commedia scritta appositamente per lei che racconta una prostituta che lotta per il riconoscimento della sua dignità.

Dopo il matrimonio e la nascita del figlio Augusto, che la tenne lontana dalle scene, una volta tornata lavorò ad una serie di spettacoli sia al Teatro Umberto che al Teatro Nuovo di Napoli.

Nel 1931 fondò insieme ai due fratelli il Teatro Umoristico I De Filippo, che debuttò il 25 dicembre di quell’anno a Roma con la commedia Natale in casa Cupiello, scritta da Eduardo.

Nel 1945, quando Eduardo e Peppino si divisero a causa di screzi e incomprensioni, Titina rimase insieme al primo che formò con lei la Compagnia di Eduardo

Fu autrice di ventuno commedie teatrali, ma nel 1946 iniziò a manifestarsi un grave affanno cardiaco che la accompagnerà per tutto il resto della vita.  Morì a Roma il 26 dicembre 1963.

Luoghi che ricordano Titina De Filippo a Napoli:

  • Via Bausan 28 nei pressi di Palazzo Scarpetta in via Vittoria Colonna 4: edificio dove crebbe Titina con la madre e i fratelli;
  • Chiesa dell’Ascensione a Chiaia: luogo del battesimo di Titina;
  • Vicolo San Liborio 30: il “vascio” dove è nata e vissuta la vera Filumena Marturano, la donna che avrebbe ispirato Eduardo. Fuori è affissa una targa “Qui nacque e visse Filumena Marturano, resa celebre in tutto il mondo da Eduardo De Filippo”;
  • Via Titina De Filippo: al civico 37 è presente la targa di quella che era Via Nuova San Ferdinando e adesso è dedicata alla signora del teatro.

Conclusioni

Speriamo che questo nostro articolo possa averti dato degli spunti interessanti per vivere la festa delle donne attraverso luoghi originali di Napoli.